Definire la ragione non è facile. Accetto vostre proposte “fatte in casa” e anzi le sollecito, mi interessa molto sapere come la pensate.
Comunque sia, l’impresa resta difficile.
Già più di 2400 anni fa nel sud Italia, esisteva una scuola di filosofi che affrontava splendidamente il problema, creando le basi della cultura scientifica occidentale.
Eccone un esempio citato da Eudemo: a Taranto, città tra le più ricche e importanti della Magna Grecia, un gruppo di discepoli ascoltava le parole del maestro:
«S'io mi trovassi all'estremità dello spazio, ad esempio nel cielo delle stelle fisse, potrei tendere la mano o un bastoncino fuori di quella? o non potrei?»
Il vecchio maestro vestito di panni bianchi invitava a immaginare una situazione ipotetica e accompagnava la domanda con silenzi misurati. I pazienti e gli allievi che seguivano le sue argomentazioni sull'infinito nel numero e nello spazio certamente subivano il crescere di una tensione dialettica che trovava il suo culmine in un gesto: l'alzarsi lentamente in alto del braccio e della bacchetta che teneva in mano. E le argomentazioni, la domanda, il gesto si fondevano in un'unica immagine, piena di significati e di poesia, che ben esprimeva l'essere filosofo, come chiedeva Pitagora, cioè amante della sapienza.
Il maestro di cui si parla nella citazione appena presentata è Archita, uno dei più autorevoli esponenti della scuola pitagorica.
Bene, per rispondere alla domanda occorreva (e occorre) mettere in moto un ragionamento, usare la ragione: se fossi alla fine dello spazio, cioè se lo spazio fosse finito, non potrei allungare il braccio fuori di esso, il mio bastoncino urterebbe contro questa fine, se invece non lo fosse potrei farlo.
In entrambi i casi la ragione non potrebbe fermarsi: se lo spazio fosse finito, cosa ci sarebbe oltre la sua fine? Nulla? Ma cos’è il nulla?, Se è qualcosa come può essere nulla? Se invece lo spazio fosse infinito avrebbe senso parlare del porsi “all’estremità dello spazio”? .......
Su queste domande la ragione non si è fermata e ha riempito volumi di filosofia e scienza fino ad oggi. Le cose scritte nei volumi sono difficili e mettono soggezione, ma, pensiamoci un attimo, le domande iniziali sono semplici, alla nostra portata, e la difficoltà sta anche nel modo nel quale le parole definiscono le nostre intuizioni dello spazio e del muoversi in esso. La ragione e il linguaggio sono legate a doppio filo, l’uno influenza l’altro e entrambi si modificano a vicenda, se la loro interazione è attiva.
L’uso della ragione dunque, in qualunque ambito, non può prescindere dalle forme del linguaggio e dal nostro bagaglio immaginativo-sensoriale. Nel ragionamento il nostro cervello giostra tra linguaggi verbali e forme simboliche e l'esigenza altrettanto forte della mente di usare l'immagine come strumento di comprensione.
Un grande matematico dei nostri tempi, R. Thom, ci avverte :
[...] dubito che...in un universo in cui tutti i fenomeni fossero retti da uno schema matematicamente coerente, ma privo di contenuto traducibile in immagini, la mente umana sarebbe pienamente soddisfatta...Privato di ogni possibilità intellettiva cioè di interpretazione geometrica dello schema dato, l'uomo cercherà di crearsi nonostante tutto una giustificazione intuitiva dello schema dato attraverso immagini appropriate oppure sprofonderà in una rassegnata incomprensione che l'abitudine trasformerà in indifferenza.
(2 – continua….)