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mercoledì, 02 dicembre 2009

esercizio supplementare

Da il corriere.it di oggi

È L'IDEA DEL MINISTRO DELLA FUNZIONE PUBBLICA
Brunetta: «I compensi dei conduttori Rai nei titoli delle trasmissioni. Ne ho parlato con il direttore Masi e stiamo lavorando»

I compensi dei conduttori inseriti nei titoli di testa e di coda delle trasmissioni Rai. È l'idea del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.
Intervendendo a «Cominciamo bene» di Rai Tre, il ministro lancia una proposta su cui sta lavorando con il direttore generale Mauro Masi. «Dobbiamo pubblicare nei titoli di testa e di coda delle trasmissioni Rai tutti i compensi dei conduttori. Sto cercando di fare trasparenza e ci riuscirò, anche nella Rai che ha un azionista pubblico. Vuol dire dare il giudizio nelle mani dei cittadini», afferma. La Rai, aggiunge, «è un concentrato di professionalità. Perché fare figli e figliastri? Ne ho parlato con il direttore Masi e stiamo lavorando. Non sono Robespierre, ma sono un rivoluzionario». Parlando della sua riforma ha aggiunto: «non taglio teste e spero che non mi sia tagliata». Il ministro si è detto sicuro di portare a compimento il progetto: «ci riuscirò», ha concluso.


Secondo voi, che frame si vogliono indurre con questa manovra? Quali narrazioni metteranno in moto?
Uno è esplicito: dare il giudizio nelle mani dei cittadini.  
Quale narrazione emotiva mette in moto?

(5 - continua....)

postato da: oimmei alle ore 12:40 | link | commenti (2)
categorie:

il cuore, le parole e le narrazioni della vita

 Gli stress come la paura (tipo: degli attacchi terroristici, di influenze porcine fulminanti, dei rom che per strada ti saltano addosso e ti stuprano), la preoccupazione (per gli immigrati che ti portano via la casa, il lavoro e i fondi pubblici, per la croce cattolica minacciata dalle moschee islamiche..., ecc.) e la situazione reale problematica (disoccupazione, perdita del lavoro, costo della vita poco sostenibile, insicurezza del futuro, difficoltà a gestire figli e famiglia...) tendono a attivare e rendere dominante il sistema delle emozioni negative, che ha come effetto quello di ridurre la capacità di osservazione, la mobilità e la velocità del pensiero, la creatività e la capacità di associazioni produttive. In sintesi, rende momentaneamente più stupidi.
(È vero anche il contrario: la dominanza del sistema delle emozioni positive, cioè lo stato neuro-chimico del corpo legato ad esse, aumenta le prestazioni appena elencate. Volete essere più intelligenti? Siate felici!)
 
Il pericolo e lo stress fanno parte della vita naturale dell'uomo nel suo ambiente, ma possono essere amplificati o addirittura creati ad arte dal linguaggio usato per descrivere la realtà. La politica ne è cosciente da tempo e staff di specialisti predispongono piani linguistici per chi deve comunicare con i cittadini: usare, per esempio, le espressioni

«immigrati illegali
 » invece di «datori di lavoro (o consumatori) fuori legge»
«la sanità non può curare anche i clandestini» invece di  «intendiamo proporre tagli e limiti alla sanità per tutti»
«impiegati statali fannulloni»  invece di «sistema statale corrotto che permette degenerazioni negative»
«la scuola pubblica è una mangiasoldi » invece di «esiste uno stato di deficit  delle scuole pubbliche per mancanza di dovuti fondi pubblici»
ecc.....

ha l'effetto di seminare nel cuore di una gran massa di cittadini frame negativi rispetto alle categorie e ai concetti in gioco e, come conseguenza, di creare nelle loro menti, nel loro inconscio cognitivo, la narrazione emotivamente negativa di una realtà molto semplificata e irreale, che si sostituirà alla percezione lucida della difficile complessità della vita reale. In questo modo sarà facile fare accettare provvedimenti che  appariranno come soluzioni contro ciò che crea angoscia, ma che in realtà faranno gli interessi privati di qualcuno ma non della collettività. 
Questa tecnica fa parte della “manipolazione delle masse” e la possibilità della politica di controllare giornali e tv rende possibile la sua applicazione a livelli incredibilmente sofisticati e nascosti. (Tutto ciò, inutile dirlo, è l'opposto di quello che dovrebbe fare uno stato etico.)
 
Provate a leggere i titoli e gli articoli di giornale cercando le nascoste azioni di framing costruite consapevolmente da un giornalista, spesso secondo le richieste di un committente politico. Se lo fate, non riuscirete più a tornare a leggere come prima. Il cuore impara presto.
 
Vi suggerisco questo articolo http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_16/nati_nel_48_be5fc2c8-d27b-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml  , nel quale l'azione è abbastanza esplicita, per cominciare. Secondo voi, qual'è il concetto che più si vuole si vuole demolire, nel frame indotto? Quale l'atteggiamento emotivo che si vuole creare nei confronti di "posto sicuro", "pensione", "sicurezza sociale"? La soluzione a più tardi.
 
(4 - continua...)
postato da: oimmei alle ore 11:07 | link | commenti (2)
categorie: democrazia
martedì, 01 dicembre 2009

il cuore, la ragione e il frame

Annika ha lasciato un commento dove dichiara "sono più cuore che ragione e con cuore intendo emotività...". Capisco - tutti noi credo capiamo - cosa vuol dire.
"Essere più cuore che ragione" vuol dire, semplifico, agire d'istinto.
L'emotività ha un grande ruolo nelle gran parte delle nostre azioni quotidiane, molto di più di quanto noi si possa immaginare.
Poiché ho portato in ballo il linguaggio, parlando di ragione, sembrerebbe che seguire il cuore aiuti ad essere liberi da pastoie linguistiche e “loiche” e a esprimere in tutta libertà, senza condizionamenti retorici, la natura del proprio essere etico, ma non è così: il linguaggio ha molto influsso anche sul cuore, e in maniera subdola e pericolosa, perché il suo potere non viene avvertito.

Mostrarlo non sarà cosa breve, l’avevo premesso, ma “cisiprova”, e cercherò  le vie più brevi, dato che è solo una chiacchierata tra noi. Comincerò con l’evitare le indicazioni bibliografiche, a meno che non citi alla lettera brani significativi (chi fosse interessato ad esse me le chieda personalmente, così si fa prima). Inoltre se la troppa sintesi mi renderà oscura, potrete sempre commentare e chiedere. 
 
Supponete che il medico vi comunichi che avete una grave malattia e che dovrete decidere se operarvi o no. L’operazione è a rischio di morte, e il medico vi fornisce le probabilità di restare in vita. È stato dimostrato con esperimenti che le parole usate influiscono pesantemente sulla scelta. Il medico può darvi le probabilità nei due modi successivi, assolutamente equivalenti dal punto di vista del significato:
1 – vi informa che avete il 10% di probabilità di morire in seguito all’operazione.
2 – vi informa che avete il 90% di probabilità di sopravvivenza.
 
Gli esperimenti mostrano che le persone a cui è stata comunicato il rischio nella modalità 2 e che scelgono di operarsi sono molto più numerose di quelle che hanno scelto l’operazione, dopo essere stati informati del rischio che correvano con una presentazione  nella modalità linguistica 1.
Tutte queste persone hanno seguito la ragione del “cuore”.
Tale  ragione nasce nella culla del nostro cervello di carne, incredibile e magico prodotto di millenni di interazione dell’organismo con l’ambiente, una ragione che cerca le scelte rapide e giuste di fronte a stimoli improvvisi, che mettono nella necessità di decidere alla svelta cos’è bene e cos’è male. La ragione delle emozioni funziona quasi sempre in maniera inconscia. Siete sul divano a guardare la tv e improvvisamente sentite un gran boato. Prima di saltare in piedi o guardarvi intorno per capire, sceglierete di fare un’altra azione: stringerete le spalle incassandovi il collo in un gesto di protezione. Quasi nessuno è cosciente del gesto.
 
Tornando al caso dell’operazione, il costrutto che linguisticamente si sceglie per un qualsiasi contenuto da comunicare, viene chiamato frame. Nel nostro esempio abbiamo due frame:
 
il frame 1 o frame di MORTE
il frame 2 o frame di SOPRAVVIVENZA.
 
Il frame di SOPRAVVIVENZA ha un effetto positivo sulle scelte del cuore, il frame di MORTE  induce scelte di evitamento. Non sarà razionale, ma nella Savana, dove il cuore si è costruito, nessun animale, prima di decidere di scappare davanti a un leone, si è mai fermato a calcolare le percentuali di morte che avrebbe a star fermo.  Se l’uomo lo avesse fatto, ci saremmo estinti già da un pezzo.

(3 - continua...)
 
venerdì, 27 novembre 2009

il nulla e la ragione

Definire la ragione non è facile. Accetto vostre proposte “fatte in casa” e anzi le sollecito, mi interessa molto  sapere come la pensate.

Comunque sia, l’impresa resta difficile.

 

Già più di 2400 anni fa nel sud Italia, esisteva una scuola di filosofi che affrontava splendidamente il problema, creando le basi della cultura scientifica occidentale.
Eccone un esempio citato da Eudemo: a Taranto, città tra le più ricche e importanti della Magna Grecia,  un gruppo di discepoli ascoltava le parole del maestro:

 

«S'io mi trovassi all'estremità dello spazio, ad esempio nel cielo delle stelle fisse, potrei tendere la mano o un bastoncino fuori di quella? o non potrei?»

 

Il vecchio maestro vestito di panni bianchi invitava a immaginare una situazione ipotetica e accompagnava la domanda con silenzi misurati. I pazienti e gli allievi che seguivano le sue argomentazioni sull'infinito nel numero e nello spazio certamente subivano il crescere di una tensione dialettica che trovava il suo culmine in un gesto: l'alzarsi lentamente in alto del braccio e della bacchetta che teneva in mano. E le argomentazioni, la domanda, il gesto si fondevano in un'unica immagine, piena di significati e di poesia, che ben esprimeva l'essere filosofo, come chiedeva Pitagora, cioè amante della sapienza.
 Il maestro di cui si parla nella citazione appena presentata è Archita, uno dei più autorevoli esponenti della scuola pitagorica.


Bene, per rispondere alla domanda occorreva (e occorre) mettere in moto un ragionamento, usare la ragione: se fossi alla fine
dello spazio, cioè se lo spazio fosse finito, non potrei allungare il braccio fuori di esso, il mio bastoncino urterebbe contro questa fine, se invece non lo fosse potrei farlo.

In entrambi i casi la ragione non potrebbe fermarsi: se lo spazio fosse finito, cosa ci sarebbe oltre la sua fine? Nulla? Ma cos’è il nulla?, Se è qualcosa come può essere nulla? Se invece lo spazio fosse infinito avrebbe senso parlare del porsi “all’estremità dello spazio”? .......

Su queste domande la ragione non si è fermata e ha riempito volumi di filosofia e scienza fino ad oggi. Le cose scritte nei volumi sono difficili e mettono soggezione, ma, pensiamoci un attimo, le domande iniziali sono semplici, alla nostra portata, e la difficoltà sta anche nel modo nel quale le parole definiscono le nostre intuizioni dello spazio e del muoversi in esso. La ragione e il linguaggio sono legate a doppio filo, l’uno influenza l’altro e entrambi si modificano a vicenda, se la loro interazione è attiva.

 

L’uso della ragione dunque, in qualunque ambito, non può prescindere dalle forme del linguaggio e dal nostro bagaglio immaginativo-sensoriale.  Nel ragionamento il nostro cervello giostra tra linguaggi verbali e forme simboliche e l'esigenza altrettanto forte della mente di usare l'immagine come strumento di comprensione.

Un grande matematico dei nostri tempi, R. Thom, ci avverte :

[...] dubito che...in un universo in cui tutti i fenomeni fossero retti da uno schema matematicamente coerente, ma privo di contenuto traducibile in immagini, la mente umana sarebbe pienamente soddisfatta...Privato di ogni possibilità intellettiva cioè di interpretazione geometrica dello schema dato, l'uomo cercherà di crearsi nonostante tutto una giustificazione intuitiva dello schema dato attraverso immagini appropriate oppure sprofonderà in una rassegnata incomprensione che l'abitudine trasformerà in indifferenza.

 

(2 – continua….)

mercoledì, 25 novembre 2009

la mia prima volta

Il 5 dicembre parteciperò alla manifestazione nazionale "NoB.Day".
Ho comprato una giacca viola e il 5 andrò in piazza della Repubblica, a Roma.
È la mia prima volta: in vita mia non ho mai partecipato a manifestazioni politiche, non sono mai scesa in piazza.  La mia partecipazione alla vita pubblica ha avuto molte forme, anche forti, e appassionate, ma mai questa.
Cosa mi porta a Roma, cosa c'è di diverso, questa volta, che mi fa muovere? Dovessi dirlo in poche parole direi: un allargamento di  razionalità.
 
Suona strana anche a me questa motivazione, ma è proprio così. La ragione, intesa come capacità logica che individua problemi e li risolve con metodi rigorosi e corretti, fa parte del mio bagaglio culturale - sono matematica - e genetico - c'ho qualche sintomo   asparagino -. A questa razionalità faccio riferimento consapevolmente nel mio agire pubblico,  mi rassicura circa le conclusioni alle quali arrivo, mi permette di dialogare con gli altri in un confronto lento ma serrato, quando il confronto viene accettato. 
Ecco, la piazza per me è sempre stato l'opposto di tutto questo, mi destabilizza, perdo le coordinate del ragionamento. In piazza si va "di pancia" e la ragione rispetto a una posizione si raggiunge "per numero" e non per "razionalità". La piazza mi ha sempre messo a disagio.
 
E allora?- direte. 
Allora è successo che lo stile della comunicazione politica di questi ultimi anni, e più che mai di questo 2009 che sta per finire - mi ha alla fine resa consapevole dell'esistenza di aree della razionalità che di solito restano confinate nell'inconscio, che sono solidamente fondate sulle emozioni, che si nutrono di metafore e di empatia e che ci portano a fare scelte importanti anche su temi cruciali come giustizia, libertà, eguaglianza, sicurezza.  
Questi concetti, che agiscono in noi e determinano i nostri comportamenti, sono molto influenzati dal LINGUAGGIO e dal modo nel quale avviene la comunicazione pubblica.
Il concetto di "manipolazione" non è nuovo, ma in me è nuova la piena consapevolezza emotivo-razionale di questa manipolazione su di me e sugli altri, da qualche anno in qua.
 
Ecco perchè per la prima volta scendo in piazza, perchè per la prima volta vedo questa azione come un agente LINGUISTICO  in un processo  RAZIONALE.
Naturalmente detto così non si capisce nulla, ma è per introdurre il tema della RAZIONALITA' che avevo annunciato. 
Spero che alla fine del (lungo) percorso tutto si chiarisca.
 
(1 - continua...)
martedì, 24 novembre 2009

anteprima

Sono stanca e fiduciosa.
Come anteprima non è un granché, capisco, ma  è significativa.
Significa che la voglia di condividere i pensieri è ancora molta ma che trovare un momento per scrivere è difficile, e che nonostante questo sono quasi certa di riuscirci.
Magari non tutti i giorni, ma neanche solo una volta al mese.
Il tema di oggi e dei  giorni prossimi sarà LA RAZIONALITA'.

Un saluto a voi, donne belle, e a Gabriele, se mi legge.
A dopo.

postato da: oimmei alle ore 09:38 | link | commenti (3)
categorie: brevi
giovedì, 08 ottobre 2009

un sospiro leggero....

 Stamattina finalmente il respiro  e il cuore sono leggeri.
Il 7 ottobre è una data notevole, di quelle da ricordare, a Roma alla notizia si è scatenato un carosello di auto e clacson come ai mondiali. Un carosello durato molto meno, ma altrettanto esultante.
Ora che si vada avanti, l'Italia ha ancora molte, moltissime grane da risolvere, ma almeno è rimasta nel nuovo millennio.
L'idea di sprofondare di nuovo in quello passato era insopportabile.
domenica, 20 settembre 2009

ormai lo sapete..

 ...quando sparisco, o sono in vacanza, o sono stanca, o sono piena di lavoro. 
Questa volta si tratta dell'ultima opzione, tempo di convegni e di nomadismo con valigia appresso.

Ma tornerò, ah si che torno!
postato da: oimmei alle ore 08:46 | link | commenti (5)
categorie: brevissimi
domenica, 13 settembre 2009

blognovela

La discussione tra blog sulla scuola prosegue.
Ecco l'ultima puntata
Buona domenica a tutti.

postato da: oimmei alle ore 15:50 | link | commenti (4)
categorie: brevi, a scuola, blognovela
venerdì, 11 settembre 2009

quattro gatti per strada

Per i quattro amati gatti che frequentano il mio blog, comunico che in questo post di Marco Campioni ho continuato un briciolo di dibattito sulla scuola, dal momento che sulle ridefinizione di "scuola di massa" c'è un silenzio di tomba.

Cheddevodì? perchè 'un si prova, oltre che alla "destra", alla "sinistra" e al "centro", a creare anche un "alto" o un "per di là"?

Che voglia! Ce l'ha anche lucia (lilavati).

Eh, lucia, io non saprei come fare, ma CISIPROVA lostesso.

giovedì, 10 settembre 2009

la cultura, quando non ce l'hai....

... ti fa proporre la scuola delle tre I.
postato da: oimmei alle ore 06:03 | link | commenti (8)
categorie: brevissimi, cultura condivisa
mercoledì, 09 settembre 2009

la cultura, se ce l’hai ti logora

Commenta lo Scorfano:
“Il concetto di scuola di massa, così come molte delle parole di don Milani citate sempre a sproposito, non ha più senso alcuno.
E, reciprocamente, il concetto di scuola elitaria ha ormai soltanto un possibile significato: è elitaria la scuola che promuove tutti. Perché finisce per essere una scuola che perpetua le differenze sociali degli alunni, quelle con cui entrano nel mondo, senza dar loro la possibilità di metterle in discussione.
Questo penso io: e sono ovviamente pronto a parlarne. Con chiunque, anche con chi da sinistra si ostina a non capire”

Sono completamente d'accordo con lui, anch’io credo che si debba essere pronti a parlarne con chiunque, l’avevo già scritto in un post dell’inizio del 2008 che ora ripropongo. Il post cominciava con un intervento di Lila che, riferendosi a un appello sulla scuola si sentiva (giustamente) seccata che a parlare di scuola fossero i soliti tromboni che pontificano e che non fanno la nostra professione. Ecco di seguito come rispondo:


«Da parte mia cerco di spiegare la ragione che mi porta, nella lettura dell’appello, a valutare di più l’accomunarsi di un certo tipo di preoccupazioni piuttosto che la qualità umana, le opinioni particolari o il mestiere degli uomini che in questo appello si accomunano.

Questa ragione risiede principalmente nella sottile ma profonda paura personale, tutta mia, della possibilità di perdita di cultura globale, in questa società globale. Avverto questa possibilità come un paradossale esito negativo dell’esplosione in avanti del sapere umano, a cui stiamo assistendo nei nostri tempi.
Esito che sento drammatico. (esagero gli accenti emotivi per sottolineare che sono loro che lavorano nel sotterraneo del mio sistema limbico e sollecitano il pensiero razionale, logorandolo)

Se c’è una cosa di cui ringrazio la scuola tradizionale che ho frequentato, è quella di avermi dato gli strumenti per potermi accostare a tutti gli aspetti fondamentali del pensiero e della cultura occidentale nel loro svolgersi attraverso il tempo. Mi ha permesso di unire il mio pensiero a quello di duemila e più anni di pensieri che hanno guidato, costruito, criticato, esaltato , cambiato, studiato il costruirsi e il fallire di modelli sociali, di convivenza o di sopraffazione tra gli uomini. Mi ha permesso di poter accedere alla memoria storica dell’uomo e di crearmi non competenze ma estreme sensibilità.

Le consapevolezze che derivano da una conoscenza di questo tipo sono difficilissime da trasmettere nel breve tempo di una discussione a chi non se le è costruite da solo, con studi analoghi.
Diventa un esasperante e frustrante dialogo tra sordi.

Queste stesse consapevolezze possono poi portare, tra chi ne è in possesso, a scelte diverse, a posizioni anche opposte, ma creano in tutti un atteggiamento comune istintivo di difesa di esse, qualunque sia la parte scelta. Questo leggo nell’appello, la paura profonda di una catastrofe della quale non si sa tratteggiare efficacemente la fisionomia.

Così come la progressiva specializzazione dei ricercatori rende sempre più difficile avere una visione d'insieme dei progressi scientifici, così come lo scienziato si pone con preoccupazione di fronte alla frammentazione dei saperi e si chiede come fare affinché quest’enorme corpo di conoscenze possa essere sintetizzato in una conoscenza globale, nello stesso modo chi ha si è formato in una cultura globale si preoccupa che questa venga persa.

Penso alla scuola per tutti, nella quale, siccome è per tutti, occorre abbozzare sui programmi e sui contenuti.

Nella scuola per tutti, tutti si formeranno.
Fra qualche generazione, come potranno esserci allora persone globalmente colte?

Chi sarà in grado di occuparsi del lavoro di selezione e sintesi per salvare i concetti importanti?

Ho riletto quanto ho scritto per spiegare il mio pensiero.
Mi è venuto in mente il saggio Andrun quando esclamava: dio mio, tale è la pochezza di ciò che mi sembrava tanto denso e meraviglioso e che VOLEVO raccontare?»

consolazioni

Pensavo che gli italiani sono avvezzi a scappare dal proprio paese, sia che al potere ci siano uomini di cultura sia che ci siano ballerine o estetiste del capo.

Ripensavo al film di Virzì “Tutta la vita davanti”

Finisce con la surreale e dolcissima danza della madre, professoressa di latino e greco appena morta di tumore, con la figlia, laureata cum laude in filosofia e precaria in un call center.

Le due figure danzano trasfigurate mentre la madre, che in vita la esortava all'insegnamento come alla professione più bella del mondo, le sussurra dolcemente ‘va tutto bene, bambina mia, va tutto bene, ascolta la musica e balla con lei…’
La musica la sente meglio il cuore di donna, perfino se la donna è professoressa di matematica.

E balliamo allora, balliamo concentrati la nostra pazza apocalisse, chè ogni secolo ha la sua, ma la musica di fondo è sempre la stessa.
postato da: oimmei alle ore 08:58 | link | commenti
categorie: emozione

la realtà è un'altra cosa

Se avete voglia leggete questo post di Miss Kappa. (leggere please, non guardare il video)
Una comunista dichiarata e una cattolica moderata che lavorano insieme usando strumenti di comunicazione aggiornati per dare alla loro realtà di vita la dignità che gli interventi politici le tolgono.
Ci vuole un terremoto per avvicinare le persone e le idee.

Sarebbe bello se crollassero (è solo per far metafora) le pareti di tutte le scuole d'Italia, chissà se allora smetteremmo di parlare e insieme raccoglieremmo i cocci e discuteremmo di come è meglio ricostruire.
martedì, 08 settembre 2009

la scuola di massa: ridefinizione

Citati, parlando della situazione dell'istruzione oggi e del poco rispetto dei genitori e degli studenti verso di essa, ha affermato che una volta:

Tutti sapevano che gli stipendi delle maestre e dei professori non erano alti. Ma, in generale, era una cosa dimenticata. Nemmeno i più altezzosi borghesi o aristocratici di Torino ricordavano che gli educatori dei loro figli erano pagati meno dei loro autisti, e che le professoresse non frequentavano le grandi sarte. Esisteva l'inconscia convinzione che i professori non appartenessero a nessuna classe sociale: ma ad uno strano regno, dove né danari né vestiti né vacanze costose avevano importanza…..Tutto questo ha portato alla degradazione della classe degli insegnanti. Cinquant'anni fa, era una non-classe, rispettata anche se non temuta. Oggi, gli stipendi miserabili hanno prodotto una sotto-classe, una specie di sottoproletariato, che possiede a malapena il danaro per vestirsi e nutrirsi, ma non per comprare un libro, sia pure in edicola.

In effetti quando l’Italia era analfabeta e l’istruzione era privilegio dei ricchi, il precettore, come il musicista, facevano parte della servitù, ma di una servitù protetta e privilegiata. Tra questi servi Eulero e Mozart, tanto per dirne due a caso. La cultura era un segno di appartenenza alla raffinatezza e all’eleganza, oltre che al potere.
Per tutto il primo novecento i grandi universitari in Italia si occupavano attivamente anche di didattica. In matematica mi viene in mente Enriques, che sulla scuola ha a lungo battagliato e discusso con Gentile prima di essere epurato come ebreo. Erano avversari ma dividevano la stessa cultura, usavano le stesse categorie e lo stesso linguaggio. Da ragazza un mio lontano parente molto anziano (un benestante di destra) mi raccontava che quando Toscanini fu schiaffeggiato da un gerarchetto locale per non aver voluto suonare l’inno fascista all’inizio di una messa funebre, l’episodio disturbò larga parte dei suoi amici, anche se conservatori.

Nel dopoguerra la scuola si è doverosamente allargata.
La sinistra vede ancora elitaria la scuola del dopoguerra (furibonde e estenuanti discussioni con i miei colleghi su questo tema, senza mai un accordo tra me e loro) ma a me non pare.
Ripensando alla scuola "elitaria" della mia infanzia, ricordo che io ero la figlia di un modesto maestro elementare, stipendio unico in famiglia, e che la mia compagna di banco - lo è stata per tutto il liceo e anche all'università, diventando pure lei una professoressa di matematica - era la figlia di un povero sarto calabrese emigrato in toscana.
Nel banco dietro al nostro stavano la figlia di un avvocato molto conosciuto in città e quella di un fruttarolo senza bottega, con bancarella stanziale nella piazza del mercato.
Non era una "scuola élitaria" (nel senso di "riservata a una stretta élite sociale") quella della mia infanzia, ma neanche la scuola per tutti.
Era più che altro la scuola di chi mostrava voglia e attitudine allo studio (lo dico solo per restituire verità di cronaca, non per mettere avanti rimedi che non ho allo sfacelo di oggi).

Erano ancora tempi della “non classe”

Ma poi, aumentando gli studenti si sono anche allargate le università, in pochi anni gli universitari hanno cominciato a proliferare, non più solo gli “eccellenti” ma anche i “necessari a tenere i corsi”.
Professionisti dignitosi, per carità, ma spesso privi di grande impatto professionale e di ricerca. Così la tentazione di occuparsi prevalentemente di didattica e di scuola – senza mai entrare in un’aula scolastica, beninteso - è stata irresistibile e in ogni dove sono sorti i nuclei di didattica, guardati con sufficienza dai colleghi universitari che facevano invece ricerca dura nelle loro discipline (parlo per esperienza della facoltà di scienze, delle altre non saprei dire ma….). È stato facile così lo sposalizio con i “pedagogisti” – un pedagogista può essere di tutto: per esempio uno psicologo che insegna a te matematico come insegnare la matematica, non vi vien da ridere al pensiero? – ed è cominciato il delirio. Ancora penso con angoscia ai 40 saggi di Berlinguer (ci penso da sinistra, per chi cominciasse ad avere dei dubbi)
Questa poca definizione culturale, insieme ai giochi politici di chi vuole avvantaggiarsi alle spalle del paese e all’avvento di nuovi stili di comunicazione, ha contribuito allo sbrago culturale e alla confusione mentale dei non addetti ai lavori. Anche degli addetti, ora che ci ripenso.
Andrebbe difeso e ridefinito il concetto di scuola di massa, sarebbe l’ora, ma tutte le volte che ne parlo con i sinistri sbatto contro un muro di luoghi comuni e di slogan. Niente pensiero.
Mica mi piace ‘sta cosa.

Voi avete proposte?